Le Voci del Wedding. Intervista a Marco Introini

Le Voci del Wedding – Intervista a Marco Introini, l’eleganza della semplicità

Nel mondo del wedding floristry,
dove l’apparenza spesso corre più veloce della sostanza,
c’è chi sceglie un altro passo.
Il maestro Marco Introini
non cerca il riflettore:
lascia che siano i fiori a parlare.

Premiato con il prestigioso Garofano d’Argento, coordinatore di note fiere di settore e uno dei curatori tecnici che ogni anno definiscono lo stile dei bouquet in passerella sul palco del Festival di Sanremo, Marco ha intrecciato negli anni palcoscenico e silenzio, artigianalità e alta formazione, senza mai perdere il buon gusto dell’autenticità.

Flower designer certificato a livello europeo
, docente, formatore e vicepresidente di Assowedding, in questa intervista ci accompagna nel suo mondo fatto di tecnica, passione, rigore e bellezza. Ma anche di ascolto, rispetto e sogni ancora da realizzare. Un viaggio che profuma di futuro, ma con solide radici nella storia e nell’essenziale.
 


Marco, la tua storia con i fiori inizia prestissimo, a soli 9 anni. Immaginiamo che tu abbia con loro un legame molto profondo. Vuoi raccontarci qualcosa di te e di questo legame speciale?

Volentieri. Nel ’76 mia mamma rilevò un piccolo negozio di fiori. Io, affascinato da ciò che faceva, ovviamente volevo imitarla: così lei mi dava dei fiori di seconda scelta con cui potevo giocare e costruire i miei primi esperimenti da bambino. Finite le medie, parallelamente ai miei studi scolastici, iniziai anche la formazione da fiorista e mi diplomai con Federfiori a soli 15 anni, cosa estremamente rara per l’epoca. Da lì in poi è stato tutto un crescendo: il legame con il mondo dei fiori si è consolidato sempre di più, fino a diventare la mia professione.

Hai avuto la fortuna di formarti con grandi maestri dell’arte floreale. Qual è l’insegnamento che più ti ha segnato e che ancora oggi porti con te nel tuo lavoro?
Ho avuto tanti bravi Maestri d’arte, che mi hanno insegnato la cosa più importante: il rispetto per il fiore. Oggi, purtroppo, negli allestimenti si vedono troppi fiori pesantemente manipolati o colorati artificialmente, tutte cose che io aborro. Un approccio più naturale e rispettoso del materiale botanico produce anche risultati migliori. Ma si sa, ormai c’è troppa mistificazione, in un’ottica di spudorata compiacenza nei confronti del pubblico sui social media. Il brutto, ahimè, fa notizia.

Sei entrato nel team di Sanremo Italian Style nel 2009, un gruppo che ha dato un’identità precisa al flower design italiano. Cosa puoi dirci?
È stata un’esperienza molto positiva, e mi dispiace che sia finita. Era una fucina di idee, di sviluppo e miglioramento delle tecniche e del design, con i migliori floral designer internazionali. Mi ha dato l’opportunità di tenere workshop professionali in Italia e in Europa, sempre con grande partecipazione. Ricordo con piacere il tour in Russia del 2009 con il collega Claudio Montecampi: eventi sempre fully booked. Bellissime anche le molte edizioni del Festival dei Fiori, in particolare le due ultime alla Reggia di Venaria Reale, un successo straordinario con oltre 17.000 visitatori in due giorni. Poi, con la chiusura di Ucflor, tutto è purtroppo finito, ma noi colleghi ci siamo ricostituiti nel gruppo Floral Italian Style, con gli stessi obiettivi: promuovere le eccellenze floreali italiane e lo stile italiano nell’arte floreale.

Nel tuo percorso hai collaborato con veri e propri giganti del panorama internazionale. C’è un’esperienza o un incontro che ricordi con particolare emozione?
Beh, una delle esperienze più emozionanti è stata nel 2008 al Varend Corso Westland, una tre giorni di festa sulle barche fiorite in Olanda. Un pubblico di 300.000 persone affollava i canali intorno a Delft. Io rappresentavo l’Italia con una barca decorata da me insieme a Lucas Jannsen. Poi le collaborazioni con il team Life3, con Tor Gundersen, Ben Zion Gil e con l’amico e collega Rudy Casati, con cui ho partecipato a molti eventi internazionali, tra cui “Fleuramour” ad Alden Biesen in Belgio e “Quand fleurir est un art” a Chaumont-sur-Loire. Come si dice: “If you want to go fast, go alone. If you want to go far, go together.”

Parliamo del tuo ruolo in Assowedding: come vicepresidente, come vedi evolversi il rapporto tra floral designers e mondo del wedding in Italia?
In maniera costruttiva, ovviamente. Il mercato italiano è oggi più attrattivo che mai, soprattutto per il Destination Wedding. In un mondo complesso come quello dei Top Event, il confronto e la collaborazione tra tutti i players coinvolti è fondamentale, ciascuno con il proprio ruolo e le proprie competenze. Per raggiungere l’eccellenza servono sinergia, determinazione e la possibilità per ogni professionista di esprimersi al meglio.

Sei anche un formatore: cosa significa per te insegnare l’arte floreale oggi, in un mondo che cambia così rapidamente anche nel settore wedding?
È l’aspetto che più amo del mio lavoro: trasferire competenze a chi, in futuro, dovrà occuparsi di una professione sempre più complessa. Quando ho iniziato, al fiorista non si chiedevano grandi competenze. Oggi le tecniche si sono evolute, i materiali sono cambiati e l’assortimento botanico è aumentato incredibilmente. Servono competenze artistiche e stilistiche, ma anche scientifiche (per la conservazione dei fiori), conoscenze sui materiali non botanici, marketing, informatica, visual design. E, soprattutto, è indispensabile una formazione continua: un aggiornamento costante in un mercato che evolve alla velocità della luce.

Domanda impegnativa! Sei uno dei pochi flower designer nella giuria del Concorso Bouquet del Festival di Sanremo, co-coordinatore del Decor District a MyPlant & Garden, e recentemente hai ottenuto una prestigiosa certificazione europea. Nel 2022 hai ricevuto anche il premio Garofano d’Argento. Eppure, chi ti conosce bene sa che preferisci l’aula al palcoscenico. Come vivi questo equilibrio tra visibilità e autenticità? E cosa ti restituisce davvero senso e gratitudine nel tuo lavoro?
Da molti anni mi sento abbondantemente “sovraesposto” rispetto a tanti colleghi. Dal debutto in Rai con Grazie dei Fiori nel 2010, ho partecipato a moltissime attività pubbliche che mi hanno reso molto visibile tra i colleghi e anche tra il pubblico. Questo mi ha provocato una certa insofferenza verso i social media, dove non sono particolarmente attivo e dove, paradossalmente, mi sento a disagio a girare reel (che non mi piacciono affatto). Se penso che in TV, in diretta o in differita, davanti a milioni di spettatori, non avevo alcun impaccio, mi rendo conto che, forse, in questo sono un po’ “boomer”. Diciamo che mi sento più autentico quando interagisco dal vivo.
Il senso di gratitudine mi arriva dai feedback dei clienti – alcuni storici, considerando che nel 2026 festeggerò 50 anni di attività della mia famiglia nel mondo floreale – ma soprattutto dalla riconoscenza di colleghi e professionisti che ho formato, sia in Fondazione Minoprio, dove insegno attualmente, sia nelle scuole precedenti. Quella soddisfazione non ha prezzo.

Guardando al futuro: quali sono i tuoi sogni ancora da realizzare nel mondo del flower design?
Beh, posso dire di aver fatto tante cose e vissuto esperienze meravigliose. Ma ce n’è una, il mio vero sogno nel cassetto: da melomane, mi piacerebbe firmare un allestimento floreale scenico per un’opera al Teatro alla Scala di Milano. Come dice la frase attribuita a Michelangelo Buonarroti: “Il problema non è porsi obiettivi troppo alti e non raggiungerli, ma porsi obiettivi troppo bassi e raggiungerli.”

Nel racconto di Marco c’è tutto ciò che rende questo mestiere qualcosa di più di una semplice professione: l’umiltà di chi non smette mai di imparare, la forza di chi crede nella condivisione e nella formazione, la coerenza di chi resta fedele ai propri valori anche in un mondo che cambia vorticosamente. Il futuro del flower design italian, passa anche da qui.

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Marco Introni
Floral Designer
@marcointroinifd
marcointroini.com

 

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